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Preziosi altrove

Preziosi altrove

Ad un certo punto la madre, conoscendo la sua attrazione per il vino, gli fece il regalo più bello: incartò nei giornali il servizio "spusadòr", quello che aveva ricevuto in dono di nozze, e che aveva campeggiato per trent'anni - e poi ancora venti - nella vetrina della sala da pranzo. Quella dove in verità non si pranzava mai, perchè nell'appartamento di viale Umberto, quello con un solo bagno e il cucinotto ricavato sul balcone chiuso con superfetazioni di ferro smaltato e vetro sottille, si mangiava in casa. "Casa" era il nome colloquiale di un altro nome colloquiale, tinello: che deve aver fatto qualcosa di brutto perchè è scomparso dal vocabolario e dalla parlata. C'è il living.

Quel servizio era venuto in dono nel '57 quando i vecchi si erano sposati, il 18 di agosto. Perchè avevano le ferie in agosto, quando chiudevano i negozi di parruccheria, e quindi andava fatto in agosto che non c'era tutto quel tempo da perdere in quisquilie.

Si erano sposati in chiesa e poi in casa, con le donne del borgo a fare i cappelletti: in mezzo c'era anche il campione, un cappellettone ripieno di cipolla che doveva finire nel piatto dello sposo, come vertice di goliardia della giornata. Eppure me lo immagino bellino e dignitoso, quel soberrimo matrimonio del '57: senza regali-scherzo come bidè pieni di soldi e nutella e biglietti di banca incollati nei rotoli di carta igienica. Erano poi partiti in viaggio di nozze per Firenze, a casa di parenti: il denaro per un hotel, fosse pure per la prima notte di nozze, era cosa da non chiedere.

Il servizio "spusadòr" era la cosa più preziosa che avessero ricevuto: da 12x4: acqua, vino, flute e dolce. Ed era pure la cosa più preziosa che si fossero potute permettere le famiglie, assieme alle posate di alpacca: e la madre, quando li spolverava durante le pulizia "a fondo" di primavera faceva una faccia piena di pudore e orgoglio velato, mentre diceva Mezzo cristallo, molato. Ne ha tanti di ricordi di queste cose che i vecchi spendevano con una sobria micragna, compresa nel loro quotidiano eppure non così privativa come a volte gli vien di pensare: Il mezzo cristallo era più del vetro, e tanto bastava per renderlo prezioso.

Ora sta nella credenza dei bicchieri, con cugini di secondo e di terzo grado sussiegosi e pieni di spocchia: alti, sottili, efebici e non raramente aritmetici nella loro perfezione.

Allora per questo primo maggio di pena e di klausura li ha usciti, per accogliere lambrusco come pioggia, e gnocchi fritti come se fosse finita. E il vino gorgogliava felice, nel mezzo cristallo, ed era gloglottìo di gioia.