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Stradora a Reggiolo: levità e sostanza

A Reggemiglia "Diotestradora" è un modo di dire che non può essere tradotto alla lettera. È la tipica esclamazione della nonna al nipotino "Che Iddio ti adori", ma sta più ad un "dio ti benedica". Ma ha qualcosa di più sublime ed aereo del "Bendèsa" - con la esse dura, per cortesia - che è proprio "benedica". Insomma è una cosa reggiana che più reggiana non si può. Addirittura reggiolana: perchè proprio verso la ridente cittadina gonzaghesca sto manovrando la potente motocicletta tedesca che pare essere tra le poche gioie di questi tempi racchi.

Questo ed altro penso mentre all'orizzonte compare la Rocca, fuori scala totale nella piazza e nella conformazione urbana: emergenza evidente di un passato conteso e confuso, ubriacante a leggerne i passaggi di proprietà dal Medio Evo ad oggi. Mi fa particolare suggestione l'episodio della conquista da parte dei furbistici Sessi di Rolo che verso la fine del XIII conquistarono la roccaforte a mazzate, e poi se la vendettero a soldi ai cremonesi. Per tremila lire. Che si accorsero poi che l'acquisto non era stato così vantaggioso e restituirono il feudo, riacchiappando - pare - il malloppo. Povera torreggiante, barcollante rocca.

Proprio lì, a due o tre fette di parcheggio di distanza c'è la sontuosa villa che contiene Stradora, e torniamo da capo a quindici. Che è un posto dove si mangia, si beve e si sta bene.

Al momento in cui diteggio questo pezzullo c'è in ballo tutto l'Amba Aradam delle chiusure parziali e totali, e il giallo e il rosso, e tutto il compendio dei terremoti virali del ventiventi: come se non bastassero quelli veri che guastarono l'integrità del magnifico edificio, già sede di preclare esperienze precedenti, fino all'attuale ristrutturazione.

Elena Storchi dalla rossa chioma mi guida alla Lounge, in un placido mercoledi d'ottobre, e mi mette sul tavolinetto circondato dal calore di fumoir avvolgenti e pellami profumati un po' di cose sapide e gaie, fatte con una bella cura, una bella mano e un bel pensiero: tocchi di reggianità, gocce di mantovanità, profumi di emilianità in salsa reggiolese. Godo a non finire l'idea mirabile del cotechino monopozione, splendidamente insaccato in una specie di polpetta cotechinesca, brillante per la miracolosa granulometria, per l'esatta grassezza, per la seducente collosità. In cucina Stefano Silvestri manovra i fuochi con una certa propensione all'esattezza.

Fa piacere vedere la brillantezza della gioventù - d'anagrafe e di pensiero - esplodere in un sì prestigioso ambiente: vale la pena di fermarsi, un mezzodì qualsiasi, e chiamare un piatto e un vino qualsiasi, che non sbagli.