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Manna, la descrizione di un Attila

Mando un uotmessaggio: la conversazione con Mattily Frondinsky, il cuoco più cattivo dei sette continenti, è come sempre assai appagante. Passiammo da villanìe indicibili, a turpiloqui immemorabili, ad aulicismi rodomonteschi con la scioltezza con cui i cinesi dei tuffi srotolano il Triplo Salto Carpiato. E bontà sua, il tavolo per uno me lo trova, che in fondo un cuore ce l'ha anche lui. Crudo.

Salgo a NoLo, spendendo di taxi tanto quanto il budget della sanità pubblica del Molise, e trovo l'omone davanti alla porta, mentre mastica una siga. Mattili le sigarette non fuma, le abomina: due tiri tra i denti e via. Troppo di lunga data la conoscenza per perdersi in convenevoli: del resto al Ristorante Manna sono presenti le copie numero "0" di quasi tutti i miei libri, con melliflua dedica autografa. Il cuoco bontà sua - again - li mette in bella mostra. Ogni volta che prenoto. Io lo so che li tira fuori da uno dei cassetti inchiavardati alla parete quando mi paleso alla porta, però entrambi fingiamo che stiano lì.

Fronduti si è inventato robe per scavallare il lockdown, la Gastronomia di Periferia, e altri progetti ne ha, eccome. Ma il Manna macina coperti, pur distanziati come dev'essere, e ogni tanto allo chef scappa addirittura un sorriso. Ad esempio quando racconta del suo primogenito. Piccolo, di pochi mesi. Attila. Dico scherzi, dice non scherzo, Attila.

Tutto il resto viene in conseguenza: dalla coltivazione misurata e spietatamente autoironica del personaggio burbero e spigoloso, che nasconde una sensibilità e una capacità espressiva nei modi e nelle parole che farebbero invidia a molti che le parole le usano di mestiere; fino alla cucina che ha fatto dell'ignoranza il suo tratto distintivo. All'avveduto lettore non occorrerà che spieghi il significato nemmeno tanto recondito di "cucina ignorante", ma nel caso: potenti, diretta, senza fronzoli, no frills, no thrills. Una cucina che solo al disattento o al gastrocicisbeo apparirà di grana grossa, perchè contiene una cifra di tecnica di sapienza di vertice.

Mi sono assai rattristato non trovando il mio piatto feticcio nel menu estivo: quell'Aldo Fabbbbbrizzi che ordinai ignaro pochi giorni dopo l'apertura del Manna. Correva l'anno 1748, ero l'unico avventore, e Matteo guardandomi in tralice dall'altra parte della stanza mi apostrofò indagando. Da allora ad oggi: mi sono contentato del risotto 'nduja e stracciatella. Un classico Frondinskyano che vale il viaggio e i maltrattamenti.

Manna Milano