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Il Saraceno di Sacerno

M'era presa la voglia di andare dal Saraceno di Sacerno, a farmi spiegazzare la papille. Adoro quel suo modo di sfiorare appena la materia ittica, e poi trafiggerla con staffilate piccanti, direttamente dalla sua collezione dei pimientos più pimientos che c'è.
Allora dice, Si, c'è il dehors, e vado. Darione Picchiotti caracolla nella sua Trattoria con le spalle diritte, ma su cui grava il peso intero di un anno come non mai. Oddio, intero ma in parte, visto che Giada è lì come Dioscuro a tenergli bordone, occhio saettante e piè veloce.
Ha messo mano alla carta, dice il Saraceno, che un po' si è stufato di fare l'omelia del piatto, che è un po' come spiegare le barze quando nessuno ride: allora sfila gli azzardi dal menu per riservarlo agli spericolati. Ma il Porto Canale, gli chiedo. Telefoni e telo faccio, sillaba che quasi mi prende il panico, e mi rassereno.

Allora ben vengano le architetture di fritti e lessi che s'incontrano a mezz'aria, ben venga il salmone che pare maritato alla giardiniera, bene venga il polpo e tutto l'Amba Aradam dei calamari gelatinosi, e la bellezza intrinseca delle cose di mare preprarate da gente di terra.

Si sta da padreterni a Sacerno dal Saraceno, sia che marci in overdrive, sia che pianti dentro una marcia lunga per bruciare la strada. Noi qui non si chiede d'altro.