Frammenti

Da Fiorella a Nicola

Un colpo di tosse e sei in Liguria. Un inciampo e sei Toscana. E pure piove una pioggia pigra e svogliata che bagna testardamente ogni centimetro quadrato di queste terre. Un altrove fronzuto e muschioso rigato da confini mòtili e mutevoli, continuamente riscritti da burocrati sazi e sovrappeso, confini inutili e tristi come i cartelli stradali delle vie chiuse al traffico. Non facile da definire, impossibile da contenere, il labbro inferiore della Lunigiana è birbante e ingannevole come le curve che conducono a Nicola: che non è un tizio genericamente accosciato nel bar di paese a bere birrette, ma un paesello fatto di pietra e sassi, a un paio di cento metri sul livello del mare ma che in mezzo a queste nuvole appoggiate alle colline potrebbe essere pure sugli Appalachi o sui Monti Urali. E che pure ha avuto storia, e vicende, e secoli guerreschi e signorie e tutto.

Nicola è borgo forte, di mura strenue e rigogliose in tempo di sole: oggi bastioni imprendibili lucidati dall'acqua a cui s'addossa Fiorella, luogo immemore di cucina gagliarda. Medioevo in alto, con ardue manovre automobilistiche per raggiungerlo, fermarsi, girarsi o sol'anche parcheggiare, e un certo senso metropolitano all'interno che no, non ti fa pensare a trattorie fuori rotta. Anzi: cristalli vetrati enormi e abbaggliati dove signore in gamba mulinano rami e pentole e padelle come se difendessero il borgo da manipoli di Cosacchi in arme, cuffiette e grembiali candidi che rassicurano ma - te lo giuro - spiazzano.

Modernismi a tavola, nelle vettovaglie, nelle sedute, nel menu: peccato l'orizzonte scuro, che da qui - dice - si vedrebbe Gorgona e fors'anche la Corsica, la Corsica! - e tutta la memoria nei piatti. L'intero vocabolario di cucina del luogo è trattato con piglio deciso, da panigacci (sui generis, in verità) ai testaroli, serviti bolliti e ricchi di ragù di coniglio in bianco a perdifiato. E ravioli con il ragù e con il pesto (buonissimi), e muscoli ripieni, e coniglio farcito (laudi) e agnello di Zeri e polenta e cignale. E dolci di pasticceria, sorprendenti: belli e serviti bene.
Ma se una voce la vuoi spendere, spendila per la cantina, che è di quelle ricche di cuore e di passione: amai la pagina dei vini locali con De Battè e La Felce, Terenzuola et alia.
Datti la pena di salire quella strada, che pare lunga anni e invece sono pochi chilometri e mesci magno cum gaudio. È cosa di terra e d'uomini, e vale la pena di scrivere. D'esserci stati.