Frammenti

L'altro Gilmozzi è Wine Bar El Molin

Richard Von è impegnato in mille cose, io in cento: difficile sempre più incrociare le strade per il tradizionale pranzo natalizio, più necessario di qualsiasi nonnismo, più indispensabile della fornitura dell'acqiua corrente, più desiderabile di un evento stellare. E non solo per la regola dell'amistà, ma perchè così vuolsi.

Allora io che scendo da Duron, lui che sale da Meran proviamo estemporaneamente a dire Un pranzo veloce: saranno tre ore di chiacchiere su La vita l'universo e tutto quanto.

È una giornata decembrina che trasmuta umidità in goccioline noiosette, di quelle che piovono all'insù e ti bagnano anche la parte inferiore della tesa del cappello, e Cavalese pare appena strizzata come un mocio. Entriamo il Wine Bar di Alessandro Gilmozzi, da cui manco dal 1748 e me ne rammarico assai. Ma non è cosa da fare di fretta, e Richard Von dice che il Wine Bar è accogliente e caldo e carino, ed ha ragione.
Legno antico ognunque, due giovini brave & cortesi, lista dei vini da sbavezzo e una bella proposta di cucina.

Si sta come le peonie sui rami, io e Richard Von: per una volta a microfoni spenti a prendersi la liberta di dire l'indicibile, mentre sul tavolinetto alto piovono cose e cosine che hanno l'indissolubile marchio di fabbrica made in Gilmozzi. Chiami uno o due pezzi caldi - canederli torniti come palle di biliardo, i fusilli "come una lasagna" - qualche sbocconcello qua è là, un vortice d'ostriche, un calice o due che s'ha da guidà.

La delizia della sosta montana e della cucina accurata, del bicchiere di ricerca, del servizio vellutato, dell'attenzione smodata al dettaglio; la stretta di mano, l'abbraccio inossidabile, l'appunto granitico, S'ha da tornare. El Molin è una delle emergenze più eclatanti dell'intero gastropanorama, defilata geograficamente e anche un po' trascurata dal commento quotidiano. Ma Gilmozzi è una risorsa autentica,  e ne vorremo parlare.

Intanto viene il VentiVenti e che siano venti buoni.